Che coltivare un orto sia forse coltivare il mondo e che innaffiare un ciclamino sia un atto di resistenza sentimentale, un dire io sono qui, ora, e mi prendo cura.


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domenica 22 aprile 2012

Un caffé nell'aia.


È proprio una frazione, come quelle che ci sono in campagna, separate dai paesi da fazzoletti di prati, boschi o campi coltivati. Nelle frazioni le persone si conoscono tutte e si danno dei soprannomi, che spesso rimangono ai figli dei figli. Nelle frazioni si litiga come dappertutto, ma si condivide di più: due uova, due chiacchiere, cose così, soprattutto quando la stagione inizia a essere bella e le mura domestiche si allargano e si fanno permeabili.
Io abito in una frazione che, invece di essere fatta di cascine sparse è fatta di appartamenti uno sopra l'altro, uniti dai percorsi di scale e ballatoi.
Proprio sotto di me, un po' a sinistra, sta una signora molto molto anziana. Ha il fazzoletto sulla testa e il grembiule come una contadina, è sorda e parla, in una lingua dialettale indefinibile e forse inventata, solo con la sua strana figlia e con un grasso gatto grigio fumo. Così fragile come vetro, la signora pulisce la sua minuscola aia, con qualsiasi tempo. Dà da bere alle piante, toglie i fiori appassiti e la notte, fino a quando non è sicura che è proprio scongiurato il pericolo di gelate, copre i suoi vasi con un telo di plastica e con i sacchetti del discount, fino al mattino dopo. Giorno dopo giorno, sempre uguale, con una cura naturale, come se facesse l'orto.
L'altro ieri ho pensato che era bello regalarle un piccolo falangio dei miei. Mi ha guardato stupita, poi l'ha preso in mano, come fosse un animale da cortile. Un pulcino, ho pensato. Poi si è un po' intimidita ed è scappata dentro casa.

La sera, tornando, ho trovato un sacchetto di carta da pane, proprio davanti alla mia porta. Dentro, una confezione di caffé. Solo questo, semplice. Se mi fai un dono, io ricambio, con quello che ho. Proprio come in campagna, se ti dò sei uova, tu mi dai i pomodori appena colti. E poi ci troviamo la sera, a prendere il fresco nell'aia.

mercoledì 1 febbraio 2012

Please walk on the grass.

la foto proviene da Genova, e da Maureen.

Le piante hanno di bello, a parer mio, che spesso manifestano, nella loro stessa natura, un che di sovversivo e di non addomesticato. E sto parlando non solo delle piante spontanee, ma anche delle aiuole potate, degli alberi di natale, dei prati all'inglese e dei giardini all'italiana. E' nella loro stessa natura, sempre a parer mio, testimoniare un altrove (un altro modo di esistere nel mondo?) che ci riapparenta con un qualche seme seppellito sotto strati di iphone, luoghi comuni e tentativi pervicaci di educazione all'obbedienza.

grazie a erbaviola

Esistono luoghi graziati, dove è stato colto molto bene questo potere libertario. Così, ad esempio, recita un cartello all'ingresso dei Royal Botanic Gardens a Sydney.

"Per favore camminate sull'erba...
foto via flickr

Vi invitiamo anche ad annusare le rose, ad abbracciare gli alberi, a parlare agli uccelli, a sedervi sulle panchine e fare un picnic sul prato".



martedì 10 gennaio 2012

Allemansrätten.

Volevo scrivere un post sulla mia flanerie veneziana, e così farò domani. Oggi invece mi sono lasciata trascinare da ricordi di chiacchierate universitarie, in temi solo apparentemente lontani da calli e canali. Insomma, ripensavo all'Allemansrätten svedese, anche se in realtà il nome di questo straordinario diritto scandinavo me l'ha provvisto l'impagabile wiki. Insomma, l'Allemansrätten è un diritto che sarebbe piaciuto a Chatwin e a tutti i camminanti, e a tutti quelli che passano il mondo guardandosi intorno e non vogliono muri e barriere a interrompere il viaggio.
E' il diritto del pubblico accesso. In Svezia, ognuno può entrare -con rispetto, in punta di piedi e senza lasciare cartacce- in boschi, terreni, parchi e in qualsiasi luogo naturale privato. Può camminare, osservare fiori, nuotare nei laghetti, portarci i bambini a guardare le farfalle. Può addirittura piantare la tenda e starci una notte (se invece vuole stare di più, va bé, deve chiedere).
Il senso è che il diritto alla bellezza naturale non è solo di chi può comprarselo, ma di chiunque, indipendentemente dal fatto che viva in una casa popolare o in un castello.

Domani cercherò di raccontare perché ho pensato proprio a questo, nella mia ricerca di giardini veneziani.

martedì 3 gennaio 2012

Un lago che assomiglia a un orto.


Forse per simpatia degli elementi, dal momento che sono in partenza per un piccolo viaggio veneziano, alla ricerca di giardini sentimentali tra calli, acqua e canali. Forse per serendipity e sicuramente per un dono, ho incontrato gli orti galleggianti del lago Inle, in Birmania.
Lago generoso, di cui sono figli e custodi gli Intha, un gruppo di circa 70.000 persone che delle sue acque vivono, nelle sue acque pescano. E che le sue acque coltivano.


I floating gardens sono isolette di pochi metri metri quadrati, costruite con alghe, fango, gigli selvatici e canne di bambù, che vengono coltivate con cura, da giardinieri che si spostano in barca tra una pianta e l'altra.


Sopra crescono rigogliosi pomodori, cipolle, insalata, riso, ma anche fiori colorati per ornare le case e i templi, tutti perfettamente abituati ad avere le radici sempre a mollo, proprio come i loro orticoltori.

foto dalla rete (ringrazio i viaggiatori)

lunedì 5 dicembre 2011

7227 oggetti per diventare erba selvatica.





Le erbe selvatiche come antidoto al consumismo e come simbolo lieve e pervicace di un’invincibile resistenza. C’è un artista, che si chiama Michael Landy, un artista affermato di quelli amici di Damien Hirst, di quelli che fanno grandi performance concettuali, di quelli che espongono alla Tate, insomma, c’è un artista che ha una storia bellissima e inaspettata da raccontare. Io l’ho trovata scavando nella rete, dopo aver ricevuto in dono, ieri, uno dei jpeg che vedete sopra. Bene, Michael Landy, un giorno, si è messo a catalogare tutto quello che possedeva, e tutto vuol dire proprio tutto. Le sedie, i mobili, il passaporto, gli ombrelli, i libri, i dischi, le sue opere, le lettere d’amore, lo stereo, i cucchiai, lo spazzolino, i vestiti. La lista prosegue fino ad arrivare a 7227 oggetti. Una volta catalogati con cura, li ha portati in un vecchio magazzino e si è dedicato con calma e senza nessun furore distruttivo, a un metodico (quasi burocratico) annientamento. Prima ha diviso gli oggetti per categoria –come si fa per la raccolta differenziata-e poi a poco a poco, li ha polverizzati, in una performance collettiva chiamata BreakDown. Non ha guadagnato dalla performance, e nemmeno ha venduto la polvere originata dal suo Break Down, come di solito si fa in questi casi. Alla fine, Michael Landy è rimasto senza nulla, ad eccezione del gatto Rats e della fidanzata.
Quello che è successo dopo riguarda le piante selvatiche e io lo trovo meraviglioso. Per circa due anni, la sua vita è stata catalogare e disegnare minuziosamente, secondo la tradizione degli erbari illustrati, tutte le erbe spontanee che crescevano nel suo quartiere, fino a farsi venire male agli occhi . Il risultato è un progetto che si chiama Nourishment.
 A chi gli chiedeva il motivo di un tale cambiamento nella sua produzione artistica, lui rispondeva stupito che in realtà non era cambiato proprio nulla e che nient’altro, come le erbe selvatiche, poteva meglio rappresentare la vita nella sua essenza, a prescindere dalle cose che consideriamo bisogni, e che invece sono gabbie per le nostre radici vagabonde.

sabato 3 dicembre 2011

Oh che bei, o della gratuità.

Ad Adriana Zarri era tanto che non mi capitava di pensare. Poi, una serie di coincidenze mi ha portato a riaprire il libro di Einaudi con questa bellissima fotografia e a cercare uno dei tanti discorsi che lo attraversano come un filo di ricamo.
Adriana Zarri, morta l'anno scorso a 91 anni, era un'eremita, cattolica disubbidiente, intellettuale disallineata rispetto a qualsiasi linea, editorialista del Manifesto e instancabile combattente, contadina e nobile, amante dei gatti, dei giardini e dei conigli, e forse mai abbastanza umile per potersi definire francescana.
Le  pagine, in cui descrive la sua scelta e racconta dell'adorata cascina del torinese, dove in completa solitidine si dedicava in ordine sparso e variabile all'orto, alla preghiera, alla scrittura e agli animali, non sono semplici e non sempre consolanti. Ho uno ricordo irrequieto peraltro di quella lettura, come una sorta di disagio mescolato ad ammirazione e a tratti invidia, e sempre una specie di tensione che non so molto spiegare.
Ma al di là dell'ascetismo e del silenzio, a risuonare più forte e più a lungo dentro di me, le meravigliose descrizioni dei cesti dell'orto e quella definizione così lucida e poetica dell'estetica dei poveri, che la signora Zarri chiama gratuità:

"non c'è casa di contadino che non abbia i suoi fiori. Accanto alle coltivazioni "utili" e produttive dell'orto, c'è sempre l'angolo della gratuità: le "inutili" rose, i gerani, le dalie, i crisantemi...
Mi ha sempre fatto tenerezza la gratuità dei poveri: gente dall'esistenza dura, faticosa, dal lavoro assorbente: si direbbe che abbia poco tempo e anche poca disponibilità interiore per certi "lussi" improduttivi; e invece no. [...] le sue gratuità se le concede. Non ci indugia molto e quasi non ne parla: bisogna scovarle in un angolo dell'orto o spiarle, dalle sue parole, in lampi rapidissimi. Come quando Giacomo, davanti a una fioritura o a una conigliata, si illumina tutto di stupore ed esclama gioioso: Oh che bei"(pag.101).

Grazie mille a Lidia Zitara per i "giardini poveri" e per lo sguardo, e per la possibilità che mi ha dato di tornare su queste righe.