Che coltivare un orto sia forse coltivare il mondo e che innaffiare un ciclamino sia un atto di resistenza sentimentale, un dire io sono qui, ora, e mi prendo cura.


domenica 13 aprile 2014

Il nostro bisogno di benedizione.


Ulivi o palme intrecciate. O anche entrambi, in mano a signore più o meno anziane, mariti in equilibrio tra giornale e pasticcini, bambini sventolanti dai passeggini, e in realtà in mano un po’a tutti sul sagrato, a immaginarsi “strumenti di pace”, come da dentro la chiesa canta stonata la canzone.  
 “Strumenti di pace, strumenti d’amore”. Sarebbe senz’altro bello essere così, e bastasse un ulivo  per compiere la trasformazione. Ma riflettendoci, bello lo è, e subito, e ora, avere a portata di mano un rito di benedizione. La si pensi come si vuole, o come si può. Non entro in nessun merito religioso, che ognuno –e io per prima- si rivolga in libertà ai suoi numi ai suoi lari ai suoi penati o alle sue stelle (rivolgersi a nessuno è molto molto difficile e non invidio chi ci riesce). Dico soltanto grazie per una benedizione semplice umile e gratuita di un rametto d’ulivo, che non si sa mai, e sta bene in mano.
Oggi per i cattolici è la domenica delle Palme e davanti alle chiese si benedicono i rami d'ulivo. In Liguria (e forse anche altrove) c'è la tradizione delle foglie di palma intrecciate.

venerdì 11 aprile 2014

E poi Paulette. E poi...


Ci sono libri  anche molto amati, che quando si ha finito di leggerli si vogliono tenere per sé, o condividere solo con un proprio cenacolo ristretto. Libri difficili, da iniziati, che solo alcuni possono capire, o addirittura quasi nessuno (e questa è sempre un’illusione).  Libri che schierano, che dividono o che fanno litigare. Ne conosco tanti di libri così, e il sentimento dell’esclusività mi accompagna in molti miei incontri, letterari e no.
Ecco. “E poi Paulette” di Barbara Constantine è diverso, anzi, è davvero il contrario. È un libro che, se già appena lo inizi desideri condividerlo, quando l’hai finito non ne puoi fare a meno. Con tutti, colti e ignoranti, lettori e televisori, giovani e vecchi, romantici e –soprattutto-cinici. Basta che siano un po’ amici. Io l’ho finito ieri e la sua semplicità intelligente e lieve mi ha riconciliato subito con la definizione “per tutti”, presuntuosamente disdegnata da chiunque “tutti” non si senta.
Se fosse un film l’avrebbe diretto Kaurismaki, se non fosse ambientato in un villaggio francese, potrebbe essere narrato in Toscana, in Puglia, in Sicilia, in Irlanda, in qualche Sudamerica da realismo magico, ma anche in un'isoletta delle Cicladi. Mi piace pensare che la sua storia già avvenga nelle case di ringhiera dei quartieri popolari e negli orti vicino alla ferrovia. Ha come protagonisti dei vecchietti, dei giovani e degli animali, e dei bambini piccoli. Degli orti e una campagna che diventa rifugio tutt’altro che arcadico e statement di un modo di essere e agire nel mondo.  Buoni sentimenti senza zucchero, ma con qualche lacrima, venati di ironia gentile e comprensione saggia per la fatica quotidiana di ogni specie vivente. Molti buchi, come nella vita. Parla di condivisione e di sorprese e sicuramente di “un altro mondo è possibile”,  dove la generosità senza presunzione è più rivoluzionaria delle molotov.  Invita a guardarsi intorno, a smettere di complicare quello che tutti sappiamo d’istinto, e a guardare con occhi teneri e nuovi vecchie signore, asini, cani, gatti e violoncelli. E a cercare case con molte stanze e con un orto davanti.
Consigliato a: tutti, ma in particolare a chi persevera nella difesa della limpidezza di sguardo, agli ingenui, ma anche ai cinici per contrappasso, a chi condivide un orto comunitario e a chi lo vorrebbe, a chi legge Latouche e a chi sa che dovrebbe, ma non ne ha tanta voglia, agli artefici di co-housing, co-working e compassione, a chi non volta lo sguardo dall'altra parte. Va bé, a chi almeno ci prova.

giovedì 3 aprile 2014

Green Utopia al Fuori Salone 2014.




Piace, non piace, dispiace. E tutto questo insieme. Il Fuori Salone è l'evento fighetto di chi vuol essere creativo e di chi vuol dire la sua, e dire che c'era. Dal mio punto di vista, ho sempre preferito il balcone al Salone e il fuori al Fuori Salone. Sono per natura più disordinata degli architetti e più a-progettuale dei designer. Adoro l'architettura spontanea (quella definita vernacolare), la casa organica di Maruzza Musumeci e mille altre cose che starebbero nel Design District come gatti in gabbia, se mai a qualcuno venisse in mente di metterceli.
Sarò pure via, in quella settimana, e un po' mi dispiace, a dire il vero. Avrei voluto, almeno un poco, girare per la città tra baffi, borse di tela e passeggini tre ruote da nord Europa, a cercare sentimentalismi verdi e giardini segreti, sperando di non incappare negli ennesimi bancali reuse e negli orti da balcone o da scrivania (e tantomeno nei boschi verticali!).

Chissà come sarà la Green Utopia alla Fabbrica del Vapore di via Procaccini? Il comunicato stampa usa il solito linguaggio che respinge contadini e passeri,

"visitando GREEN UTOPIA, uno degli eventi di SHARING DESIGN, la manifestazione a cura di Milano Makers, si potranno toccare con mano le proposte più innovative dell’abitare e del vivere green. La città vegetale vivrà di giorno con laboratori e workshop operativi di autocostruzione mentre la sera si accenderà di luci, proiezioni, musica, teatro, performance trasformando l’utopia green in uno spettacolo continuo. Il focus di attenzione è verso le tecniche dell’architettura vegetale e alternativa. L’uso in architettura e design dell’elemento vegetale, considerato come materiale primario della costruzione, è un nuovo atteggiamento che considera il verde come l’ambiente ideale per la vita dell’uomo. La città che ne deriva tende a portare dentro di sé la foresta togliendo il confine fra natura e costruito".

ma so che c'è Lorenza Zambon, il 12, a presentare il suo libro, e già per questo ne val la pena, e poi altre cose  fragili di paglia e fili d'erba che indagherò, almeno virtualmente.

E chissà la Cascina Cuccagna? Lì di sicuro baffi, bambini e bancali, ma magari anche qualche buona scoperta.



lunedì 31 marzo 2014

Central park da marciapiede.



Visto con gli occhi di un seme d'erba, il mondo è ben ricco di opportunità. Geneticamente predisposto all'ottimismo, come quasi ogni essere vivente sulla terra tranne l'uomo e il dodo, il seme si intrufola un po' dappertutto e si moltiplica, aiutato dal vento o dalla provvidenziale scopa di saggina di un portinaio cingalese. Così succede che, in mezzo all'asfalto di un marciapiede, i resti di un palo della luce divengano culla di un minuscolo e lussureggiante central park milanese.

Grazie a Moe Mann per la foto.

giovedì 27 marzo 2014

Emilio Salgari non abita qui. O sì?



Scrivo per riallenare mani e mente (la scrittura nel pensiero sembra uguale, ma non è. E come le cose che in sogno fanno ridere o paura, e da svegli spesso non si capisce il motivo). In questo lunghissimo periodo di latitanza, in cui i sentimenti sono stati coinvolti in palestre, ottovolanti e maratone, ho scritto nel pensiero migliaia di post, ho aggiunto centinaia di foto virtuali, fatto elenchi di argomenti attinenti che mi riprometto ancora -nonostante-di scrivere un giorno tutti di fila. Come titoli di film non visti, di tesi di laurea non fatte, o come invitati a feste di compleanno saltate all'ultimo. Amo e non amo le liste, e così chissà. Scrivo oggi per fare un post non post,  che non pubblicizzerò, non racconterò, di cui non mi vanterò -come succede quando si inizia una dieta, o a smettere di fumare. Subito non si dice, poi, quando si è superato uno scoglio (di tempo, di convinzione, di forza d'animo) allora si fa coming out e si comincia davvero l'avventura. Farò così ancora per un po', così chi mi leggerà non avrà aspettative, e da queste magari non verrà deluso.

Intanto mi dico che forse qualcosa è cambiato.
Emilio Salgari ha scritto di pirati, corsari e jungle nere, di Papuasia e di Mompracen, naturalmente di tigri e perle e di Sandokan. Fece immaginare l'esotico e l'avventuroso a migliaia -milioni?-di ragazzini  affamati d'evasione. Usò l'immaginazione per costruire cattedrali di liane e pietre preziose.

E tutto senza mai uscire dall'Italia. Senza averli visti mai, quei luoghi, tranne che con gli occhi "interni", quelli che solo qualcuno possiede.

Io non sono come Salgari, e da quando non ho più il mio terrazzo boschivo, fatico a parlar di giardinaggio. È questo, insieme a una bimba che cresce, il motivo del mio lungo viaggio d'assenza. Ho un piccolo balcone, esposto meglio, bisogna dirlo. Un sud-est gentile per piante meno ombrose. A lungo è stato disabitato d'amore.
Forse ora è arrivato il momento. Perché Salgari insegna, e forse abita qui.

p.s. Ma un terrazzo o un giardino tornerà.

giovedì 3 ottobre 2013

A Lampedusa

il cimitero dei senza nome a Lampedusa

Per i morti di Lampedusa e per i vivi di Lampedusa.  Io non trovo le parole e allora la voce l'affido a un piccolo cimitero spurio, di croci di legno e fiori di plastica, a significare la pietà e il dolore, e un comune essere esseri umani.

venerdì 16 novembre 2012

Window garden.

 (sto cercando immagini di window garden e extreeme garden, tipo microgiardini, giardini per chi non ha spazio, orti per chi abita all'ottavo piano etc. etc. Mi aiutate?)


Per varie ragioni impegnata altrove rispetto a terra e innaffiatoi (e la stagione aiuta, a non sentirsi in colpa), i giardini in questo periodo non sono al centro dei miei pensieri, sono laterali o periferici. Ma ci sono sempre, e c'è sempre questo luogo sentimentale.
Quindi continua il mio viaggio tra quello che mi fa commuovere o emozionare o trarre vaghe storielle morali tra foglie e fiori. È solo un pochino più lento, ma sempre appassionato. Ora mi appassionano i giardini da finestra, per dire.