Che coltivare un orto sia forse coltivare il mondo e che innaffiare un ciclamino sia un atto di resistenza sentimentale, un dire io sono qui, ora, e mi prendo cura.


giovedì 12 maggio 2016

Regine d'attesa.


Che poi, a essere sincera, mica mi sono mai davvero piaciute. Volgarotte, pretenziose, divenute dozzinali nel loro essere dive da supermercati. Recise poi, sono terribili. Spocchiose e fasulle, con quell’aria da cocker spaniel a una fiera di provincia e la vacua prosopopea delle reginette di bellezza. Nascono imbellettate e vestite da cerimonia, e così durano, a lungo. Immutabili per settimane e poi, zac, caduche come foglie d’autunno di fiori di carta velina.
Poi, l’attesa. Ed è quasi tutto lì il segreto del loro fascino ambiguo e irresistibile (per tacer dello spudorato disporsi dei petali, ovvio).
Perché loro sono la quintessenza dell’attesa, profumano letteralmente di attesa. Attesa che può durare una stagione o una vita intera, come certe cose della vita, attesa piena di fede, o al contrario fatalista, attesa smemorata o trepida, attesa riempita di attesa. Quando cade anche l’ultimo fiore, e il lungo ramo svetta inutile e sgraziato, le orchidee, orbe dei loro occhi extraterrestri, si svestono dell’essere piante per divenire illusione pura, o promessa senza paracadute. “Tornerò, aspettami”, dicono gli amour de jeunesse.
Poi il vuoto, riempito da cure sacerdotali prive di garanzia di miracolo, come chicchi di riso e incenso sugli altari domestici.  Noi, vestali, a bagnare, inumidire, irrorare, nebulizzare. Costruire zattere aeree, concimare, non concimare, illuminare. Aspettare e aspettare. A volte ce ne dimentichiamo pure, flirtiamo con più semplici amori.  Solo che poi, quando compare quasi improvviso un bocciolo rotondo che prelude alla fioritura, lo accogliamo come un soldato tornato dalla guerra, che non aveva mai risposto alle nostre lettere accorate e che ora è lì, vivo davanti a noi. Così tutto ricomincia, in un logorante tira e molla che può durare una vita intera e che ogni volta è come se fosse la prima.
Perché le orchidee, quando si degnano di rifiorire, è fatta. L’incantesimo è compiuto e ti stregano per sempre, con il dubbio che non siano del tutto sincere, ma poi chissenefrega.

p.s. Ovviamente ci sono quelle (o quelli) che trattano le orchidee come i sedum o giù di lì, e nonostante questo hanno fioriture costanti, epiche e generosissime. A loro va la mia invidia, e un’altra storia da raccontare.

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