Che coltivare un orto sia forse coltivare il mondo e che innaffiare un ciclamino sia un atto di resistenza sentimentale, un dire io sono qui, ora, e mi prendo cura.


sabato 17 marzo 2012

Considerazioni a margine di un mazzo di fiori.

 (Nella foto ci sono mia madre e i suoi fiori di compleanno).

Un tempo, quando mettevo quasi sempre le birkenstock, sostenevo di non amare i fiori recisi, perché, più politicamente corretta di adesso, mi sembravano apparentati a cose che ritenevo futili e vane. Ci sentivo un profumo, peraltro per certi versi innegabile, di egoismo, se non di prepotenza.
In realtà, però, ho sempre amato i timidi doni di fiori di campo, i bouquet preraffaeliti di rose gialle ed edera variegata, le peonie fin de siècle e persino di nascosto le chimiche e ingenue rose blu dei miei quindici anni, che spesso avvizzivano senza neanche aver la fortuna di uscire dal cellophane, insieme al biglietto che le accompagnava.
Per storie o leggende familiari, non ho mai saputo resistere al fascino malinconico dei mazzetti di viole di bosco, come quelli che, sempre freschi, a Parigi qualcuno depone sulla tomba dell'Aiglon. Oggi mi invento le occasioni per entrare dal fioraio Bollettini, di cui un giorno parlerò.

Andare al mercato e comprare fiori freschi nella carta di giornale può avvicinare a una sorta di frullo d'ali di felicità, e questo dono effimero di una bellezza che non chiede nulla, tranne che di essere guardata, può dar ragione, credo, all'intera vita di un fiore, e giustifica persino il filo affilato della lama delle forbici, e un gambo tagliato.

1 commento:

giulia capotorto ha detto...

Posto io il commento di Gabriella, filologa e poetessa (stilleben-vitasilente.blogspot.it), perché, come spesso accade, qui su blogger non si accede. Mi ha fatto molto pensare questo commento:

"Testo bellissimo per ritmo e immagini! Il "frullo d'ali di felicità" fa perdonare l'eccesso di antropocentrismo della chiusa... La vita di un fiore, come quella dell'intero pianeta, non ha bisogno di qualcuno che le dia senso - ricordi Leopardi, "Dialogo di un folletto e di uno gnomo"? Gabriella"

Non ricordavo questo passo e lo riandrò a cercare. Ed è così vero, a pensarci bene, e forse tutto in fondo lo sappiamo. Il senso è particolare, transitorio e sfacciatamente limitato alla propria percezione del mondo.Nessuno (fiori, persone, animali) ha bisogno di qualcun altro da sé che dia il senso, il senso è uno sguardo da fuori, che vale per chi lo esercita e non per chi lo "subisce". Il senso è sempre "un senso per me". Grazie mille di questo commento, giulia